Tiene in piedi anche una festa di merda - 5 (finale)

Die Hard

NOTA:
 quinta e ultima parte del raccontino a puntate. La prima parte la trovate qui, la seconda qui, la terza qui, la quarta qui.

L'inferriata verde del balcone, che lo separava da quella piccola, irraggiungibile giungla di gerani, mordeva l'ascella di Gionatan Capisciolto, quasi universalmente noto come Johnny the Head, con la forza di un tafano meccanico. Johnny non sentiva più il braccio. Non ce la faceva neanche più a urlare. Con gli occhi pieni di lacrime, la camicia-straccio un tempo azzurra agitata dal venticello di maggio sotto quel cielo severo del colore dell'ammorbidente, Johnny pensò a una delle grandi massime del filosofo Lorenzo Cherubini. Tu che credevi che oramai le tue piantine si eran seccate e non sarebbero cresciute più. Che non c'entrava particolarmente una cippa con la situazione, sì, e se avessero potuto avrebbero riso di lui in quel momento pure i gerani nei vasi. Ma vai a sapere, quello che ti dice la testa, quando stai per precipitare dal terzo piano come un e per colpa di uno stronzo [...]

Poi il cane sparì di nuovo all'interno e dall'appartamento arrivarono alle orecchie di Johnny voci e urla. Che stavano facendo?, si chiese. Erano lì per salvarlo? 

Qualche secondo dopo, un carabiniere trafelatissimo, basso e particolarmente tarchiato, sbucò sul terrazzo reggendosi il cappello con la mano sinistra. "Che stai facendo?", gli chiese. "Sono qui per salvarti!" 

L'appuntato scelto Domenico Mammone si fece avanti con passo misurato. Era un tentativo di suicidio, quello? E se sì, quali erano le parole giuste che doveva usare per non spaventare il ragazzo? Occorrevano calma e sangue freddo.

Qualche metro dietro di lui, Vito Debosci detto Vitellozzo, la calma l'aveva finita da un pezzo e il sangue gli colava lungo la gamba, stretta nella morsa dei denti di quel cazzo di pinscher feroce. Nel cercare di far mollare la presa alla belva, Vito urlava frasi oscene che avrebbero fatto arrossire perfino qualcuno della sua squadra. 

Completamente dimentica di quel gigante del suo amico, alle prese con una lotta primordiale con un Cujo in miniatura, Iris Passalacqua si fiondò sulle tracce del carabiniere. Arrivata anche lei sul terrazzo, da dietro le spalle del tutore dell'ordine vide il cespuglio di ricci rossi di Johnny, ormai sottrattisi al potere incollante del gel verde del supermercato venduto a bustoni, ondeggiare dietro i gerani.

"ODDIO, JOHNNY!" gridò, e tante cose le passarono in quel momento per la testa. Tra le altre, cosa avrebbero detto i suoi della sua festa di compleanno finita al telegiornale per uno che le andava dietro precipitato dal balcone dei vicini di casa a cui avevano peraltro appena sfondato la porta.

Mimmo avanzava piano, tenendo una mano davanti a sé, come Crocodile Dundee quando ipnotizza il bufalo. "Amico", disse, con il tono più rassicurante che gli veniva, e ne uscì praticamente la versione in catanzarese dello speaker di Italia 1. "Amico, perché vuoi... Perché stai... Insomma, cu minchia stai facennu? Perché ti vuoi ammazzare?"

Con un filo di voce strozzata dal pianto, Johnny riuscì a dire solo lo stretto indispensabile: "Sono scivolato! Mi aiuti, la prego!"

Mimmo Mammone fu pervaso da un senso di sicurezza. Non c'era da lavorare sulla psicologia, qua, doveva solo tirar su quella testa di cazzo. Occhei. Come ci fosse finito, dall'altro lato della ringhiera, lo avrebbe appurato dopo. 

Il problema è che i gerani formavano un muro compatto all'altezza del collo e del petto del ragazzo. I vasi erano pure in doppia fila, non era materialmente possibile sporgersi oltre le piante per afferrare quel tizio. L'appuntato scelto provò a spostare rapidamente un vaso, ma a fiss'i mammata, era di coccio spesso tre centimetri, e dentro c'era abbastanza terra per seppellire un cristiano. Ognuno pesava all'incirca quanto lui.

Mimmo sentì il sudore colargli lungo le tempie sotto il cappello. Una ragazza piagnucolava qualcosa alle sue spalle, accompagnata dalle voci di quegli altri debosciati della festa, che le facevano capannello. Lo scenario non era semplice come pensava, la situazione gli stava scivolando di mano.

Proprio in quell'istante, il braccio intorpidito di Johnny si staccò dalla ringhiera, e il figlio di Loris e Mariella Capisciolto precipitò. 

Ma, spoiler, tranquilli: non è morto nessuno.

8 (Otto)

Come sarebbe andata questa storia, se non fosse successo quello che è successo, è facile immaginarlo. Ed è facile presumere anche che col cazzo che i genitori di Iris Passalacqua le avrebbero comprato a giugno il Booster color bianco seta e rosso che andava chiedendo da mesi. 

Come sarebbe cambiata la vita di tutti, e sarebbe finita prematuramente quella del giovane fan di Jovanotti, proprietario di una 126 color ramarro metallizzato con il lunotto coperto quasi totalmente da un adesivo di Geronimo mezzo raschiato. Tutto questo SE l'appuntato scelto Domenico Mammone non fosse stato un grandissimo fan di Jean-Claude Camille François Van Varenberg, detto Van Damme, e si fosse accontentato dei film di Steven Seagal, quelle robe per mezze pugnette come il suo collega Leonello Spitazen.

In un unico istante, Mimmo sentì il rumore della ringhiera e l'urlo del ragazzo, e vide quella macchia azzurra scivolare oltre i vasi di gerani, abbracciata dal vuoto. 

Ma in mezzo a quel muro verde c'era un buco, a una ventina di centimetri dalle piastrelle del terrazzo, e Mimmo non aveva visto il capolavoro “Senza esclusione di colpi” ventidue volte per niente. 

Affidandosi al puro istinto, seguendo solo quanto gli ordinò in un istante di fare il suo animo da combattente addestrato, l'appuntato scelto si produsse in una spaccata perfetta, come quella di Frank William Dux sulle segge per meditare. 

Indifferente alla sorte dei propri zebedei, si fiondò a terra, spalancando le gambe con un'agilità che gli avrebbe invidiato pure Heather Parisi ai tempi di Fantastico, e lanciò la mano oltre la ringhiera. Afferrò per il collo della camicia sudatissima il giovane minchiune precipitante.

E rimase lì, Mimmo. Immobile in quella posizione da guerriero, anche quando mezzo secondo dopo fu raggiunto dai ragazzi, circondato da urla, in un frullio di vasi spostati a più mani e di oh issa per tirare su il rosso.  

Risolto il suo rapporto svantaggiato con la gravità, quest'ultimo piangeva accovacciato sul terrazzo, e gli altri volevano abbracciarlo, Iris per prima, ma doveva ancora sfilarsi quel guanto giallo sporco, per l'amor del cielo. 

Non tutti, ma tanti di quei giovani appresero in quel momento, quella sera di maggio, qual è il filo sottile che corre tra la vita e la morte; come ci si sente quando ritorni nel campetto da gioco della prima dopo aver palleggiato nel cortile della seconda; com'è un attimo che ora ci sei e poi non ci sei più, solo perché hai lasciato un mostro nel cesso. Nessuno, pensò per un secondo Johnny, e rabbrividì, avrebbe mai saputo che era innocente. 

Erano tutti felici, ebbri di quel misto di gioia, forza, sudore e terrore che ti regala lo scampato pericolo. 

Anche Vito detto Vitellozzo o l'Inamovibile, che al prossimo allenamento della sua squadra di rugby avrebbe leggermente infiocchettato il racconto di quell'avventura, trasformando per amor di epica quei buchini sulla gamba procurati da un cane di piccola taglia nel marchio di una tigre siberiana da tre quintali detenuta illegalmente da una famiglia di insospettabili trafficanti di organi originari di Lattarico (CS).

Anche il cane Rex, che placata la sua sete di sangue all'allontanarsi dell'orda nemica sconfitta, era tornato padrone indiscusso della sua tana, e per l'eccitazione gliel'avrebbe fatta vedere alla sua gamba preferita del tavolo del salotto.

Anche la contessa Ifigenia Cenzina Iettabbasci, che ripristinato il candore tendente al porpora della chioma, aveva finalmente ritrovato un minimo di calma davanti alle puntate residue di quella videocassetta di Topazio. La sua ira stemperata dalla lucida consapevolezza che, alla prossima riunione di condominio, la contessa avrebbe fatto cagare sangue a tutti quanti.

Raccolte le prime testimonianze del caso, Mimmo fu felice di lasciare la palla in mano a due colleghi, arrivati quando lui aveva già risolto quello che c'era da risolvere. Scortato giù per le scale dal popolo della festa che sciamava via, Mimmo era guardato con rispetto e ammirazione da tutti.

Comprese le tre ragazze dell'incidente della dentiera, la vittima e le sue amiche, ora parte di una piccola folla che si era radunata ai piedi del palazzo. Una delle tre, Ester, guardava ora Domenico sotto una luce nuova, e avesse colto quello sguardo, magari Mimmo avrebbe pure avuto l'occasione di incontrarla di nuovo.

Ma in quell'istante i pensieri dell'appuntato scelto Mammone da Catanzaro erano lontani, nel tempo e nello spazio. Mentre un sorriso gli curvava verso l'alto gli angoli della bocca, e una lacrima furtiva e traditrice veniva giù lungo la guancia, Mimmo sollevò l'indice al cielo di Rende (CS), come un bomber di razza dopo un gol. "Questa è per te, maestro!" disse a voce alta, pensando al grande sensei Gennaro Capachiuovo.

Qualcuno in fondo alla folla, forse per l'emozione, forse per la gioia, forse per la terza peroni della serata, lasciò partire un rutto, pure bello forte, che non increspò il sorriso di Mimmo. Anzi. 

Il maestro, in qualche modo, lo aveva sentito, era con lui.


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Commenti

  1. letto e piaciuto ,gli albori di un sicuro talento

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  2. C'è chi si è commosso per la dedica finale al Maestro e chi mente.
    Grazie Doc
    Certo che adesso la voglia di sentire parlare ancora dell'ALTRO maestro originale va a millemila!

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  3. Che bello avere talento! Scrivo pochi post, ma li finisco praticamente tutti con un… grazie Doc. Davvero.

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  4. L'attesa del finale è stata essa stessa il piacere dell'attesa del finale del finale del piacere del... Uhm... Forse non era così. Grazie doc.

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  5. Fiero di Mimmo e del suo salvataggio. Un uomo che merita la gloria.

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  6. Doc ne vogliamo altri... tipo subito.

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  7. Vorremmo tutti essere un po' Mimmi.

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  8. "Questo è per te, maestro!". E niente, è tutto qui...

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  9. ... Ancora una volta il bene trionfa...

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  10. Meenchia Johnny, ma che fai?... Come si può rimediare a una figurimmè così epocale? Semplice: arrivando a tanto così dalla morte e sopravvivendo per un soffio.
    Bella storia Doc!

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  11. Bellissimo, se pubblicassi una raccolta di racconti la comprerei al volo!

    Non vedo l'ora di leggere altre storie ambientate nell'ACU (Antro Chitammuort Universe)!

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