Mimì Ayuhara e la storia vera della sua nazionale di pallavolo (e di quegli allenamenti disumani)

Mimì Ayuhara pallavolo le Streghe d'Oriente Olimpiadi

Visto che siamo entrati in clima olimpico, sia pure con queste Olimpiadi in ritardo e con non poca paura in omaggio, ti andava di riprendere una storia a cui abbiamo già accennato in passato. Il fatto che, per quanto possa sembrare incredibile, le vicende di Mimì Ayuhara, protagonista del celebre anime Mimì e la nazionale di pallavolo, sono in parte ispirate a una storia vera. SOPRATTUTTO per gli allenamenti infernali. E non a caso: la vera squadra era composta da streghe e allenata da un demone [...]

Mimì Ayuhara pallavolo le Streghe d'Oriente Olimpiadi

Ne parlavamo di sfuggita in questo post sulla storia di Arrivano i Superboys e Shingo Tamai, pure quella ispirata, quanto meno come spunto iniziale, a degli eventi accaduti realmente. Lo stesso è avvenuto per il manga Attack no.1 di Chikako Urano, del 1968, divenuto un anno dopo un anime. Noto da noi, appunto, come Mimì e la nazionale di pallavolo, anche se nella prima messa in onda italiana, nell'81, si era usato il titolo Quella magnifica dozzina (e, ne scrivevi tempo addietro, una sigla da pellicola softcore anni 70).

Attack no.1 è stato un anime fondamentale in Giappone, apripista del mercato delle trasposizioni animate degli shojo, e in paesi come il nostro avrebbe generato un interesse enorme per la pallavolo, tra bambini e bambine dell'epoca, poi supportato da altre serie come l'altra Mimì e soprattutto Mila e Shiro. Ma di quello parliamo dopo.

Il punto è: perché proprio la pallavolo, come tema di questo manga? Perché qualche anno prima, alle Olimpiadi giocate in casa di Tokyo '64, la nazionale di pallavolo femminile giapponese aveva conquistato l'oro, superando in un torneo a sei squadre l’Unione Sovietica. 

Era l'ennesimo successo delle "Streghe d'Oriente" e del loro allenatore, il Demone.

The Witches of the Orient film streghe d'oriente pallavolo olimpiadi

LE STREGHE D'ORIENTE

Tutto ha inizio nel 1953, in una fabbrica di materiali plastici di Kaizuka, nei pressi di Osaka. La proprietà dello stabilimento Dai Nippon Spinning Co. crea una sua squadra di pallavolo delle sue operaie, con l'ambizioso progetto di farne una realtà dominante nel mondo del volley nipponico. La cosa riesce grazie a un coach determinato quanto inflessibile, Hirofumi Daimatsu, che per i suoi metodi d'allenamento massacranti prenderà presto il suggestivo nomignolo di "Demone Daimatsu" (Oni no Daimatsu).

La sua squadra, la Nichibo Kaizuka, diventa una macchina da guerra. 

In breve, quasi tutta la nazionale di pallavolo è composta da giocatrici della Nichibo, e durante una trasferta in Europa, contrassegnata da una striscia di 24 vittorie consecutive contro altre squadre, i giornalisti battezzano quel team "le Streghe d'Oriente". È la nascita di una leggenda.

Mimì Ayuhara pallavolo le Streghe d'Oriente Olimpiadi

Le Oriental Witches (in giapponese Tōyō no Majo) sono inarrestabili. Nonostante Daimatsu sia stato costretto a passare da un sistema di gioco a 9 elementi (adottato fino ad allora in Giappone) a quello internazionale a 6 giocatrici, arrivano un secondo posto ai Mondiali del 60, poi la medaglia d'oro a quelli del '62. 

Il team sta per sciogliersi, le giocatrici e l'allenatore non ce la fanno semplicemente più, e vorrebbero anche provare a farsi una vita. Ma sono subissati di lettere dai tifosi. Decidono di continuare a giocare per arrivare almeno alle Olimpiadi del '64. E vincono l'oro anche lì.

Hirofumi Daimatsu le streghe d'oriente pallavolo Mimì Ayuhara

PALLONATE TUTTO IL SANTO GIORNO 

E poi ognuno è andato per la sua strada, e il Demone è diventato un parlamentare, nel '68. Prima di lasciare questo piano dell'esistenza, dieci anni dopo, all'età di 57 anni. La striscia di 175 vittorie consecutive era frutto anche (a suo dire soprattutto) dei suoi allenamenti, dicevamo, disumani. 

Otto ore filate, in cui il momento clou erano i massacranti tuffi a terra con rotolata, per migliorare la difesa sulle schiacciate avversarie.

Quei momenti drammaticissimi, nell'anime, in cui Mimì Ayuhara si spatafasciava al suolo disintegrandosi le spalle, sotto una pioggia di pallonate, a ogni allenamento? Tutto quel dolore, quella sofferenza? I metodi spartani del coach Shunsuke Hongo? Era tutto vero. 

È appena uscito un documentario francese che racconta questa storia, proprio affiancando alle riprese dell'epoca alcune scene dell'anime. Si intitola The Witches of the Orient, ed è stato anche presentato il mese scorso al Pesaro Film Fest. Questo è il trailer. Guardate la scena dell'allenamento, dopo 0:58. Guardate soprattutto l'espressione di quelle ragazze tra il pubblico.

Qualche mese prima delle Olimpiadi di Tokyo '64 (tenutesi in ottobre), un cronista di Sports Illustrated assiste a un allenamento delle Streghe, aperto al pubblico. E questo è il titolo pacatissimo con cui descrive l'esperienza:

Hirofumi Daimatsu le streghe d'oriente pallavolo Mimì Ayuhara Tokyo 64
fonte: archivio Sports Illustrated

"TORNATENE DA TUA MADRE"

Nel testo si racconta degli allenamenti dalle 4 del pomeriggio a mezzanotte, sei giorni su sette, 51 settimane all'anno. Si iniziava alle 4 perché le giocatrici, che erano ancora delle operaie della fabbrica, dovevano prima lavorare, dalle 8 alle 15,30. Poi mezz'ora di pausa e via, di pallonate fino a notte. Dormivano tutte in un dormitorio della fabbrica, e la mattina dopo si ricominciava.

Durante quella sessione di training, continua il cronista di SI, una giocatrice resta a terra dolorante, come nella foto. L'ennesimo tuffo sulla spalla le ha fatto malissimo. Daimatsu le si avvicina e le dice, con dolcezza: "Tornatene a casa da tua madre, qui non ti vogliamo." Un'altra, poco dopo, urta violentemente la caviglia contro una panchina in ferro, e resta anche lei spalmata sul parquet, in lacrime. Daimatsu le consiglia di passare "a una squadra di coreani che gioca in città", perché magari da loro non è così dura.

Hirofumi Daimatsu, d'altronde, era fatto così. Durante la Seconda Guerra Mondiale era stato sbattuto nel nord dell'India a combattere gli Alleati, poco più che ventenne. Il tenente Daimatsu si era trascinato dietro un plotone di 40 uomini falcidiato dalla febbre e dalla malaria, senza cibo. Quando gli chiedevano perché i suoi allenamenti fossero così spietati, facile si facesse una risata. 

I quotidiani giapponesi, che quel giorno di ottobre del '64 celebrano la vittoria delle sue Streghe alle Olimpiadi di Tokyo, parlano di un Daimatsu in lacrime. Ma magari gli sudavano solo gli occhi.

mimì ragazze pallavolo mila e shiro

LE DUE MIMÌ E MILA (E SHIRO)

Il successo di Attack no.1 genera tutta una serie di altre produzioni a tema pallavolo, distanti tra loro nel tempo, ma da noi arrivate in una manciata di anni. E tutte agganciate in qualche modo a Mimì Ayuhara (il cui vero nome era peraltro Kozue Ayuhara). Così, dopo Mimì e la nazionale di pallavolo, arriva il clone Ashita e Attack! ("attacco al domani"), un anime del '77, che però in Italia esce a ridosso del precedente, come Mimì e le ragazze della pallavolo.

Al di là dei titoli pressoché identici, a complicare ulteriormente le cose, e generare facile confusione tra le due Mimì, il fatto che qui la protagonista si chiama effettivamente Mimì, con o senza accento (Mimi Hijiri in originale, Mimì Miceri nella versione italiana) e che le sigle dei due anime sono cantate entrambe da Georgia Lepore.

Mila e Shiro - Due cuori nella pallavolo, manga e anime dell'84, ha in originale l'ennesimo titolo ispirato a quello della prima Mimì, cioè contenente la parola "attack". In questo caso, Attacker You!, gioco di parole con il nome della protagonista, Yu Azuki (da noi Mila Azuki). Come noto, in Italia Mila viene spacciata in un episodio per una cugina di Mimì Ayuhara, perché sì, si portava. Rudy, quello della palla al centro per, non aveva forse fatto la stessa scuola di Benji Price?

radiohead mimì ayuhara chitarra

Ah, sì, e c'era pure quella faccenda dei Radiohead. Se siete fan della band, magari non lo sapete, ma Mimì Ayuhara ha partecipato alla creazione di alcune delle vostre canzoni preferite. 

La Fender Telecaster Plus di Jonny Greenwood, con lo sticker di Mimì / Kozue sul battipenna consumato dall’uso, è stata utilizzata dal musicista per registrare diversi album dei Radiohead dal ’95 in poi e brandita in tantissimi live, diventando la sua chitarra più famosa. Tutte quelle volte che avete sentito Paranoid Android o No Surprises? C’era pure Mimì, lì con voi.

E qui avremmo finito, non fosse che Effe ti ricorderebbe che non si può parlare di Mimì senza menzionare il suo tratto più caratteristico.

Mimì Ayuhara nazionale pallavolo

Perché, ecco, le vere giocatrici di pallavolo del '64, le Streghe di Daimatsu, quattro incisivi in ciascun occhio non ce li avevano mica.

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Commenti

  1. Che ansia, non sapevo fosse tutto ispirato ad una storia vera, povere donne.
    Io sono ancora traumatizzata da quel flash di puntata vista da bambina (magari me la sono sognata) in cui caricano Mimì su un camion e, tipo, la drogano. Non ho mai appurato se quanto ricordo corrispondesse a verità.
    Quel documentario lì devo guardarlo prima di subito, comunque.

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    1. Spero di recuperarlo anch'io presto, perché mi interessa molto.

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    2. Quale piattaforma di streaming lo pubblica in Italia?

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    3. Al momento, che io sappia, nessuna.

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    4. Purtroppo solo UK e Irlanda...dubito che si troverà nel (ahem) "mercato parallelo" :D
      https://www.modernfilms.com/witchesoftheorient

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    5. Ti ricordi bene. Dovrebbe essere l’episodio 76 in cui Mimì viene rapita dalla squadra del liceo Tonan, le squadra che si allenava e giocavacon gli schemi creati dal computer, x essere analizzata prima della finale contro di loro.

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  2. Coincidenza, sto leggendo Haikyuu! proprio in questi giorni. Molto carino, consigliatissimo.

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  3. Ho ricordi molto vaghi siccome (per fortuna) vidi Mimì e le altre solo negli anni dell'infanzia e senza repliche. Della prima Mimì ricordo però pratiche al limite tra il sadomaso e la tortura vera e propria con catene ai polsi e palloni di colore nero (più pesanti?, avvelenati?) che venivano lanciati a folle velocità sulle sventurate che oltre a numerose ecchimosi provocavano ferite nell'animo. Salvo il momento in cui gli occhi con 4 incisivi diventavano fiammeggianti, e allora poi erano uccelli per diabetici...

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    1. Se non ricordo male i palloni neri erano le "palle mediche" (si chiamano così?...), c'erano anche da me in palestra alle medie e superiori ma erano blu: sono palloni pesanti che vengono usati per fare esercizi tipo sollevamento pesi per i ragazzini. Se usati al posto dei bilancieri sono abbastanza leggeri, se usati per allenarsi nei bager ti spezzano le braccine...

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  4. I (pochi) viaggi in Giappone fatti finora mi hanno insegnato una cosa: la rappresentazione della realtà nipponica nei manga e negli anime è molto meno romanzata di quanto pensiamo noi italiani.
    Per questo non sono ECCESSIVAMENTE sorpreso che i metodi di allenamento cui Mimì e quelle poveracce delle sue compagne sono sottoposte si basino su pratiche reali.
    E, sempre per questo motivo, sono convinto che il Gundam di Odaiba sia un pupazzo di facciata e che da qualche parte le forze di autodifesa nipponiche nascondano un plotone di mecha almeno dagli anni '70 :D

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    1. Si questa del Gundam l’ho sempre pensata anche io :)

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    2. Conto di vederlo accendere il braciere con la beam saber

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  5. Un post veramente interessante. Questa storia è tanto giapponese. Arrivare all'estremo della sopportazione e superarlo per raggiungere un fine, una sorta di epifania che per raggiungerla devi letteralmente sputare sangue per la fatica, consumarsi fino a diventare cenere bianca. In pratica l'eroe tipo nei manga e negli anime giapponesi.
    Ancora oggi, in questo preciso momento, quando devo fare il mio dovere e non ho proprio voglia di farlo ricordo tutti i personaggi dei manga a me cari che in tutto o in parte sono degni rappresentanti di quell'archetipo. Ringrazio anche loro quando vinco la mia pigrizia e la mia indolenza.

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    1. Io penso ad Ataru e mi compiaccio della mia indolenza, perseverando :D

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  6. Preferisco i ragazzi di Haikyuu!, sono più wholesome ahah. Storia davvero interessante per il resto. Non posso immaginare nulla di più giapponese nel periodo della ricostruzione. Un mondo come quello di Jin Roh in mano a personaggi del genere mi sembra plausibile. Comunque uomini sportivi che abusano le persone loro sottoposte hanno un gran successo politico in Giappone.

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  7. Ma pensa, ho appena ricominciato a leggere il manga… abbandonato da un po' di tempo. Grazie Doc!

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  8. Ammazza! Mai potevo immaginare che fosse tutto vero, certo però 175 vittorie consecutive è qualcosa di clamoroso, più che giusto sono leggende, il minimo direi, anzi Sante subito!

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    1. Pensa che secondo altre fonti, contando le vittorie di club, il Demone è arrivato ad un ciclo di 258 consecutive

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  9. Non ricordo se l'episodio c'è anche nell'anime, ma nel manga a un certo punto Hirofumi Daimatsu viene a far visita, in qualità di uomo politico, alle nuove giocatrici della Nazionale (Mimì/Kozue compresa) e loro lo implorano di rivestire i panni dell'allenatore e addestrarle per una giornata come sapeva fare lui. E daje de sadismo. Conoscevo già quell'articolo; un particolare interessante è che le giocatrici, per accettare di riunirsi in vista delle Olimpiadi, chiesero formalmente a Daimatsu e agli altri responsabili di aiutarle a trovare marito dopo l'evento in quanto stavano per superare lla soglia convenzionale dello zitellaggio e se si fossero concentrare unicamente sulla pallavolo non avrebbero avuto tempo di combinare incontri e, in generale, di avere contatti con esponenti del sesso maschile. La promessa venne mantenuta e le ragazze dopo i Giochi si sposarono con ufficiali militari, politici e industriali.

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  10. Mimimimimì con le maniiii, tiri come uragani... Per me gli occhi erano a pianoforte :P Grazie signorina Effe! Aspettiamo altri special con protagoniste femminili ♥ (e grazie Doc, ovviamente)

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  11. Questa vicenda mi ha sempre lasciato perplesso (ma anche affascinato).
    Ovvero: le pallavoliste si sentivano davvero vittime coatte di un sadico, oppure consapevolmente si sottoponevano a questi trattamenti per un fine glorioso?
    Spigolando in rete le ragazze ripetevano di essere "onorate" del loro ruolo di atlete; erano sincere? O era un lavaggio del cervello ancora più subdolo?
    In questo quanto conta la diversa cultura giapponese (ma orientale in genere) e il loro diverso rapporto col dolore ed il sacrificio rispetto a quella occidentale?
    Caro Dr. , Tu che il Giappone lo vivi molto più di me ti, chiederei lumi in proposito.
    Grazie.

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    1. Alla fine era una loro scelta. Non erano obbligate. Lo spirito di sacrificio, comune in tanti sport, qui era a livelli assurdi, certo, ma credevano in quel che facevano, anche se questo significava parcheggiare la propria esistenza in attesa di finire il proprio dovere sportivo. E credo che fossero ben più che felici, in quegli anni, di aver vinto così tanto, partendo da zero.

      La cosa più assurda, per me, è che, nonostante le medaglie, continuassero a lavorare nella fabbrica dalle 8 del mattino alle 15,30. Con una pausa di mezz'ora in tutta la giornata.

      E magari erano felici anche di quello, per spirito aziendalista, oltre che di squadra.

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    2. L'approccio giapponese è ben esemplificato dall'esame di 8° dan di kendo. Molti lo considerano l'esame più difficile al mondo visti i requisiti e la percentuale di successo che si attesta sotto l'uno per cento. Non basta essere bravi, allenati e motivati.

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    3. Secondo me il fatto che fossero libere di scegliere, che non le obbligasse nessuno a rimanere in squadra è una parte (neanche tanto piccola) della tortura psicoligica.
      L'abbiamo visto infinite volte in un mare di manga e anime. Immaginate la scena: una di loro sbrocca, non ce la fa più. L'allenatore la guarda con un misto di sarcasmo e disprezzo: "Quella è la porta, puoi andartene quando vuoi!" e rimane lì, a fissare la ragazza indicando la porta spalancata. Lei può alzarsi ed uscire, sì: ma questo vuol dire attraversare tutta la palestra tra gli sguardi delle compagne, che un po' la compatiscono e un po' la odiano perché le molla così. E soprattutto, prima della porta c'è lui, con quel sorriso che dice: "Codarda..."
      E poi, una volta fuori? Che ne sarà di lei, troppo vecchia per sposarsi, che ha dedicato tutto alla squadra e non sa fare altro nella vita, almeno dentro quella palestra c'è la promessa di gloria... No, meglio mandare giù e ricominciare: e un'altra volta il "demone" ha vinto.

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    4. Capuleius, in effetti potrebbe essere così. Per certi versi è un meccanismo psicologico che ricorda in qualche misura, quello che si instaura nelle sette religiose. Sei "libero" di uscire ma se molli diventi un traditore della squadra (che nel frattempo è diventata la tua famiglia e tutto il tuo mondo) un essere da biasimare. Una sorta di ostracismo. Tradendo tutta una serie di valori di appartenenza e principi nazionalisti (o religiosi nel caso delle sette vere e proprie).

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    5. Per me l'ottica giapponese è diversa e il ricatto psicologia è solo una piccolissima parte della faccenda. La scena che immagini la trovo abbastanza inverosimile. Una persona non doveva mollare davanti a tutti in palestra ma poteva farlo in separata sede fuori dagli allenamenti evitando il gesto plateale.
      Tutto si svolge in una società giapponese legata ai valori tradizionali in cui il sacrificarsi totale per qualcuno o per un obbiettivo è la massima aspirazione a cui ambire e dove arrendersi o tradire è il peggior disonore. Il demone era un memento costante e brutale di questi valori tradizionali.

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    6. Beh stiamo parlando di Giapponesi anni 70, il senso del dovere, dell'appartanenza, del dover fare qualcosa anche perchè parte di un meccanismo e perchè non sei solo tu a giudicarti, ma tutti quelli che ti stanno intorno, era ancora più radicato e inculcato di adesso.
      Parliamo del popolo con gli inni aziendali da intonare con fierezza mentre ti spaccano i fabbrica...che vuoi che siano due pallonate :D
      Scherzi a parte il completo sacrificio dell'individualità in nome dell'obiettivo collettivo è qualcosa che, anche per cultura dell'epoca, era fortemente inculcata in modi che noi non possiamo nemmeno concepire.

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    7. Certo Drakkan sono d'accordo con te, ho enfatizzato la situazione ma ovviamente per "una di loro sbrocca, non ce la fa più" intendevo "una di loro rimane per terra un secondo in più rispetto al limite della pazienza del suo allenatore (che è mezzo secondo)": tutta la scena drammatica stile anime si svolge nella mente della malcapitata e dura giusto il tempo di rialzarsi (ma nella sua testa dura 15 puntate, come quelle azioni di Capitan Tsubasa dove prima di raggiungere la palla ti passava tutta la vita davanti).
      Si può dire che l'atteggiamento da "setta" sia talmente radicato da essere istituzionalizzato a qualsiasi livello della vita familiare/sociale/culturale/religiosa/ecc giapponese, per cui non c'è un gruppo "tossico" dal quale fuggire per tornare alla vita tranquilla, dove vai? cambi lavoro in una casa editrice di manga? :)
      Certo da un punto di vista narrativo è anche affascinante: in Touch la squadra era formata da pippe colossali fintanto che c'era l'allenatore "buono", poi arriva uno che li odia e li massacra di allenamenti perché li vuole distruggere nel fisico e nello spirito e quelli che fanno? Vincono il Koshien.

      (ho deciso che tacerò sul dettaglio che anche l'allenatore Daimatsu è morto a 57 anni, che poi attiro tutta la gente che si arrabbia con me perché "Ma stai zitto, che è normale morire così dopo essersi massacrato di lavoro, lo fanno tutti!")

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    8. Si, lo avevo notato.
      Anche se qui più che altro era il coach a massacrare quelle poverette...
      Mi sa che ha fatto la fine del padre di Tommy, la stella dei Giants.
      Ad ucciderlo é stato il veleno che aveva in corpo, mi sa...
      Ho trovato calzante a pennello l'esempio di "Touch".
      Ma possiamo trovarlo in decine di altre opere.
      Tipo uno degli ultimi film che ho visto con Ben Affleck, "Tornare a vincere".
      Anche se lì era basket.
      Diciamo che di avere tra le mani una squadra che non eccelle né dal punto di vista delle caratteristiche fisiche (non penso che i giappo di quell'epoca fossero particolarmente alti) e nemmeno da quello delle abilità individuali, l'unica possibilità é puntare tutto sul fattore atletico e motivazionale. E sullo spirito di squadra.
      Con allenamenti simili si viene a creare una coesione di gruppo spaventosa. Anche se la pressione psicologica rischia di diventare insostenibile.
      Non puoi tenere una persona al limite per un tempo così prolungato.
      Ma immagino che solo così potevano arrivare a sconfiggere le sovietiche, che all'epoca erano considerate imbattibili.
      E visto che si parla di regimi, posso immaginare che per le russe l'allenamento non fosse poi così dissimile dal loro.
      Tirando in ballo esempi reali, una cosa simile accadde ai mondiali di calcio del 1966, con la sorprendente Corea del Nord.
      Quella che tra l'altro eliminò gli azzurri, prima di venire schiantata dal Portogallo del leggendario Eusebio.
      I nostri giornalisti (tra cui Brera) la definirono "Una banda di Ridolini".
      Forse non erano al livello di altre nazionali ben più blasonate, ma si sottoponevano ad allenamenti a dir poco massacranti. Più ginnici che calcistici, a dirla tutta.
      Ma dal punto di vista del fiato e della preparazione atletica, erano al top.

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    9. Diciamo così: anche massacrare delle poverette può a sua volta rivelarsi un lavoro massacrante... Sospetto che anche il coach condividesse lo stesso livello di stress e sofferenza delle giocatrici: del resto aveva sulle spalle la missione di portare un gruppo di operaie di una fabbrica a diventare la migliore squadra di pallavolo del mondo, compito tutt'altro che facile...

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    10. Oppure sono stati generazioni de accidenti e chitemmu mandati dalle giocatrici a fargli la iattura :D

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  12. A me in realtà anni e anni di sacrifici, allenamenti sadici, violenze per raggiungere un fine visti nei cartoni che adoravo da bambino hanno fatto l'effetto contrario. Appena mi viene in mente l'idea di fatica da associare a un obbiettivo mi chiudo improvvisamente nella pigrizia più estrema. Per carburare ho bisogno, al contrario, di pensare esclusivamente a quel che sto facendo. E a quel punto si innesca una "trance" e riesco a portare a termine la cosa. Vale per tutto, dallo studio all'allenamento fisico. Mentre, al contrario, se mi metto a pensare al traguardo, mi tornano alla mente tutte le scene masochistiche degli anime, anche se magari non sto facendo nulla di più impegnativo di una corsetta o di una camminata veloce. O anche un compito noioso, che non prevede sforzo fisico ma che è comunque impegnativo. In quei momenti, se penso al traguardo, alla fine di quella corsa o di quel compito specifico, vengo funestato da immagini di allenamenti da anime, tipo l'Uomo Tigre schiacciato da un macigno... e finisce che abbandono. Questo perché mi viene da associare la fatica e il sacrifico a qualcosa che solo un eroe può portare a termine, non certo io. Se, al contrario, mi concentro solo sui passi e sulla corsa e caccio via ogni immagine, riesco a portare a termine la cosa.

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  13. Che poi, ora che ricordo, non era l'unica influenza degli anime storici sul mio pensiero. Fin da quando ero bambino infatti, ogni volta in cui mi capita di pensare nostalgicamente a qualcuno che è lontano, mi immagino la figura semisolida e a mezzobusto della persona o delle persone stesse, che si formano nel cielo :D

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    1. Idem! Pensavo di avere qualche turba psichica, ma ora mi sento meno solo.

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  14. tutti in coro: mimì con le mani, tiri giù gli aeroplani!

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  15. Altro splendido post, Doc.
    Come quello su Shingo e i Superboys.
    Prima di tutto perché mi ha permesso di risolvere una sorta di piccola amnesia su Mimì.
    All'inizio me lo ricordavo anch'io con una sigla ben diversa da quella cantata dalla Lepore.
    Entrambe splendide, comunque. Sia quella di Mimì che quella della sua fac - simile (anche se tra i due cartoni c'era una bella differenza).
    E poi perché fa luce su una vicenda che ha sempre incuriosito.
    Almeno qui da noi, perché i Giappone cominciano persino a dubitare che cose simili siano mai avvenute.
    Il negazionismo a tutti i costi dev'essere una roba congenita, da quelle parti.
    Come sempre, immagino che la verità stia nel mezzo.
    Tolte le esagerazioni tipiche degli spokon , per parlarne anche solo in opere di fantasia qualcosa di vero ci deve pur essere.
    Tolti palloni ultra - pesanti e catene ai polsi (ricordo che mia madre era inorridita, a quella scena)sugli allenamenti a ritmi massacranti e le ricezioni in tuffo con rotolata sulla spalla in stile Judo ci si può tranquillamente credere. Sulla fiducia.
    Idem sul fatto che le operaie avessero la forza di sottoporsi a simili supplizi dopo una giornata passata a spaccarsi la schiena in fabbrica.
    Robe che solo in una società nipponica come quella di allora erano possibili.
    Immagino che nel Giappone di adesso, se soltanto ti azzardi ad usare metodi simili, nel giro di due giorni ti ritrovi senza squadra.
    Visto che le olimpiadi sono alle porte, forse dovrebbero provare ad importare quei sistemi pure qui da noi. Magari vincerebbero qualche medaglia in più...
    Dai, scherzo.
    Mi vien da ridere perché nella riedizione italiana su Mediaset (con tutti i nomi storpiati) l'allenatore veniva ribattezzato DIEGO NACCHI.
    Forse una frecciatina al nostro "Arrighe" nazionale, ben noto per la durezza e l'intensità dei suoi allenamenti.
    Qualcosa di quei metodi spartani, comunque, pare sia rimasto.
    Leggevo tempo fa di aspre critiche rivolte alla federazione riguardo ai discutibili (almeno a parere di chi sollevò le polemiche) metodi di allenamento usati per le kickboxers nipponiche, fortissime e temutissime da chiunque.
    Con particolare riferimento a due campionesse dell'epoca, Tomomi Sunaba detta "Windy Tomomi" e Noriko Tsunoda detta "Noriko - T".
    Si diceva che le atlete giapponesi fossero praticamente tenute segregate dentro alle palestre dove si allenavano.
    E una volta sul ring, fossero delle autentiche macchine da combattimento. Che al suono del ring si gettavano addosso alle avversarie tempestandole di colpi, e fermandosi solo quando le facevano finire a terra.
    Vedendo i volti delle pallavoliste non ho potuto fare a meno di pensare a quel pezzo che avevo letto.
    Sembrano degli automi. Non tradiscono la minima emozione. E poi, al momento del match...letteralmente esplodono. riversando tutta la grinta e il furore repressi.
    Tolta la polemica sui diritti umani (oh, secca dirlo, ma alla fine non le obbligava nessuno), in molti sostengono che sottoporre una persona ad un simile regime equivalga a una sorta di doping psicologico.
    Si, in effetti lo si potrebbe considerare una specie di lavaggio del cervello. Di condizionamento mentale e psichico, oltre che fisico.
    Tratti un essere umano come un gallo da combattimento, o quasi.
    Mettiamola così: se riesci a sopravvivere, a non suicidarti e a non andare fuori di testa hai buone probabilità di diventare imbattibile.
    E credo, rileggendo qualche tuo vecchio post, che anche i wrestlers giapponesi avrebbero da dire la loro, in proposito...

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  16. E' sempre un piacere leggerti e sentirti invecchiare. Vorrei - come fai tu - asciugare i miei testi invecchiando, invece sbrodoleggio egoico. Seguiroò il tuo turgido faro ispiratore.

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    1. Troppo buono. Ma in realtà si sono asciugati, i testi, solo perché non ho più il tempo di fare nulla :D

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  17. Pensa che in occasione delle olimpiadi l'allenamento era stato addirittura intensificato: dalle 15 alle 3 del mattino!

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  18. Il sergente Hartman ha fatto la scuola di Daimatsu ma è stato mandato nei marine perché era troppo sentimentale.

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  19. Veramente incredibile, quanta forza di volontà e voglia di vincere dovevano avere per sopportare tutto questo (compreso le ore in fabbrica), immagino che in ferie andassero a tana delle tigri, almeno potevano rilassarsi un po'

    Scommetto che dei maschietti non avrebbero retto tanto

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    1. Forse i maschi usavano il metodo Gigi la trottola (dash kappei)😁

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  20. ...io l'avevo sempre sospettato che fosse tutto vero! anche le catene ai polsi che qui però ci nascondono!!! Gombloddoh!

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  21. Perdonate se mi intrufolo. Tutto questo è molto "giapponese" ,ma ho l'impressione che nel campo sportivo non sia solo giapponese. Allenamenti alla tana delle tigri sembra siano diffusi anche in altri posti vedasi la Corea del sud (nazione che in Italia si finge spesso di dimenticare trattarsi di "ex" dittatura militare). Sarebbe interessante capire se i giapponesi hanno fatto scuola o se si tratta ,come amano dichiarare i Soloni di casa nostra, dell'ennesima cattiva interpretazione del pensiero confuciano.

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    1. In effetti non è una pratica solo giapponese e lo sport non è l'unico ambito in cui viene applicata.
      Leggevo un'intervista ad una maestra di pianoforte cinese, che aveva l'obiettivo di rendere sua figlia un'enfant prodige (studiando al Conservatorio ne ho sentiti alcuni, assolutamente fenomenali: a detta dei maestri però molti arrivati a 15 anni scoppiano e non toccano più uno strumento...). Raccontava che passavano anche una giornata intera su un passaggio difficile, durante la quale l'amorevole genitrice urlava, insultava e picchiava la figlia, le proibiva di mangiare e bere, cose così, finché il passaggio veniva perfetto, allora scoppiavano a piangere di gioia tutte e due, abbracciandosi...
      "Sono momenti bellissimi" diceva. Certo, finché non finisce come in Psycho.

      Film come Shine o Whiplash poi fanno capire che pure in occidente non si scherza. Però un po' di speranza nell'umanità mi è tornata quando ho chiesto al mio maestro di chitarra: "Ma anche tu ti eserciti fino a farti sanguinare le dita o a perdere la ragione?" E lui: "Ma và là, son mica scemo!"

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