A prova di morte (ma non di puttanate)

I film di Tarantino sono fantastici perché, quando vai al cinema a vederne uno, trovi sempre gente di ogni tipo. Ma loro, i cinefili impegnati “in arrampicata libera dello Zingarelli” non mancano mai. Con la barbetta, i capelli radi e/o a mezzo collo, gli occhialetti con la montatura a giorno. Quelli che, quando a Rosario Dawson, in A prova di morte, squilla sul cellulare la “Twisted Nerve” di Kill Bill, dicono “è una citazione metareferenziale, chiaro”.

Che quando una delle protagoniste dice “Cazzo, porca puttana, sei proprio una gran troia” sussurrano che il cinema di Tarantino è "una cesura, uno stacco, un punto di crisi netto nei confronti di un certo tipo di cinema ammiccante". E mentre ti chiedi perché non se ne stiano un po’ zitti e, in subordine, che cacchio sia il “cinema ammiccante”, li senti aggiungere che "Tarantino è un maestro, nel confezionare pastiche di generi".
A te, A prova di morte, con tutti quei dialoghi tra donne sembra quasi un chick flick. Un La cosa più dolce con
con una qualche spruzzata di sangue (giusto per non scontentare i fedelissimi), le muscle car, una lap dancer con la cellulite, piedi dai finestrini, piedi sui cruscotti, piedi amputati (che con ‘sta storia del feticismo dei piedi Tarantino c’ha rotto la minchia, diciamolo).
Allora, mentre nella posse di cinefili nella fila davanti si sussurra qualcosa a proposito dei piedi nudi come “inconfondibile trademark tarantiniano”, rifletti che questi, dei film di Quentin, non c’hanno capito un benemerito.
I suoi film piacciono, banalmente, perché Quentin è cresciuto a pane e fumetti di supereroi e telefilm misconosciuti, film di kung-fu e poliziotteschi di Umberto Lenzi, colonne sonore degli Oliver Onions e horror di Fulci e Deodato. Si è formato (per così dire) guardando la Fenech, la Bouchet e le gnoccone delle pellicole blaxploitation e di Russ Meyer. Lo stesso, identico background dei suoi fedelissimi. Prendete un tipo come il mio amico Max Scarnam. Anche lui ha visto tutta quella roba, da ragazzo. Anche lui ha quel tipo di formazione. Uguale. Solo che a lui, a Cannes e al Festival di Venezia, non lo invitano manco per un cazzo.

Commenti

  1. Stuzzicato, intervengo. Anche perché tutta quella roba che vedevo da ragazzo, continuo a vederla ancora oggi, affascinato dalla sgangheratezza delle sceneggiature, dalla cerniera lampo che fa capolino dal mostro famelico e dai pedoni che si spostano a tripla velocità durante gli inseguimenti a duecento all’ora nella Milano violenta o nella Roma a mano armata.
    Chi ama Tarantino, come ho già detto all’amico Dr. Manhattan, non può essere un cinefilo. Deve necessariamente essere un reietto (dal punto di vista della settima arte, intendo): deve aver amato Lino Banfi quando “sputava nell’ecchio” a chiunque lo facesse “inchezzare”, deve aver avuto i suoi primi palpiti amorosi ed erotici spiando Barbara Bouchet dal buco della serratura, deve essersela fatta sotto con i film di Fulci e della Troma e il suo peggior incubo non è il patinatissimo Freddy Krueger, ma Karl the Butcher. Tutte queste schifezze hanno contribuito a temprare l’animo, l’hanno reso “distaccato” e, a mio parere, capace di giudicare con lo stesso metro un film di Antonioni e uno di Sergio Martino, uno di Kubrick e uno di Bob Clark (R.I.P.). E cioè: un film può essere bello o brutto! Questa apparente tautologia è in grado di risolvere il “problema Tarantino”: personalmente lo adoro, ma è indubbio che sia un copione. Abilissimo, certo, ma copione. Chi parla di feticismo e di autoreferenzialità o metacinema o minchiate del genere, ignora che scene, musiche, personaggi sono rubate ad altri (la faccia di cuoio di Machete è presa pari pari da uno qualsiasi dei tanti oscuri spaghetti western degli anni ’60). L’abilità di Quentin è quella di frullare, di mescolare e dare una “continuità” al corpus di idee d’altri. Ladro gentiluomo, comunque, dal momento che lui i suoi debiti li paga, chiamando Banfi maestro, di fronte a sdegnati cronisti italioti che esaltano le masturbazioni di Moretti o le “piccole storie” dei nostri registuncoli da quattro soldi.

    Smax (formerly known as Max Scarnam)

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  2. Scrive così bene... e non c'ha nemmeno gli occhialetti con la montatura a giorno! O sì?

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