La notte in cui Al Qaeda ha colpito sotto casa tua (e la maglietta di Unreal ti ha salvato la vita)

Una notte dello scorso agosto. Nel sonno senti una specie di boato, ma lo immagini parte integrante del sogno in corso. Una specie di tammuriata a mo' di colonna sonora onirica, magari. Poi Paola ti sveglia, e ti dice che c'è stato un attentato. Ora, l'intervallo di tempo compreso tra le 2 e le 3 di notte è quello in cui dormi il sonno più profondo, e se qualcuno ti sveglia hai serie difficoltà a comprendere quanto dice. "Attentato? - rispondi, la bocca ancora impastata - E dove cazzo siamo, a Beirut?". Quel che la tua gentile metà intende è che, forse, qualcuno ha fatto gentilmente saltare in aria un negozio sotto casa per una di quelle storie di racket che uno dà per scontato avvengano ogni giorno in una città del Sud come questa, ma poi non avvengono mica e quando avvengono, quelle rare volte, non sai mica che pesci pigliare. Non lo sai mica. Allora ti affacci dalla finestra e il negozio è tutto intero, ma in compenso una macchina è avvolta dalle fiamme. E brucia con un effetto così realistico che sembra una roba della Industrial Light&Magic di primissimo ordine. Chiami i pompieri, quando anche un fuoristrada dietro la prima auto prende fuoco. Ed è solo allora che ti accorgi che la terza vettura, la prossima vittima delle fiamme parcheggiata subito dopo la jeep flambé, è la tua. Porca di quella vacca argentina.
E allora corri. Così come mi trovi - nel dettaglio: pantaloncini Umbro del campionato 97-98, giapponesi Puma dai colori giamaicani e, soprattutto, maglietta di Unreal Tournament di taglia XXXL che usi come pigiama e che è talmente enorme che ti arriva praticamente ai polsi. Pur essendo a maniche corte. Corri giù per le scale, e in strada e verso la tua Corsa di colore nero sporco, e proprio quando la raggiungi qualcosa scoppia nel fuoristrada, proiettando dei vetri nella tua direzione. E uno di questi, una scheggia di quelle che nei film si evitano in slow motion, ti sfiora lo sterno, senza fortunatamente riuscire a bucare il durissimo tessuto yankee della maglietta, scoria sottovalutata, nel suo colore amaranto improponibile, di un qualche E3. Magari non c'entra niente, e ti ha detto solo bene. Ma hai deciso comunque che, al prossimo press-tour, il primo che dice che le magliettine per la stampa non servono a un cazzo lo prendi a calci in culo.

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