Ghost Riders on the Storm

Stimo molto chi lavora per dare al videogioco il peso che merita nel mondo dei media. Davvero. Ma i game studies mi stanno sui maroni. Non posso farci nulla. Ho come l'impressione, quasi sempre, che si finisca a) col definire involontariamente il videogame come il fratellino povero del cinema e, soprattutto, b) col perdere di vista il concetto di divertimento, l'essenza di quello che è prima di ogni altra cosa un mezzo di intrattenimento (più o meno) domestico. Il punto, però, è che se ti metti a riflettere su cosa sia il divertimento, a fare delle congetture su cosa renda divertente un giochino elettronico, ti ritrovi a tua volta senza volerlo nel campo dei game studies. Ma facciamo finta di nulla. L'altro giorno, ad esempio, stavo provando il tie-in di Ghost Rider. Ora, per quanto si tratti di un clone piuttosto blando (e spudorato) di God of War, infarcito da qualche poco convinta sessione in moto e da cutscene che lasciano ipotizzare per il film (con un Nicolas Cage sempre senza "h" nel nome ma con un bel parrucchino nero incollato sul cranio) la stessa, triste sorte di "cagata infernale" di Hellblazer, il titolo di Climax ha saputo divertirmi. Anche e soprattutto perché mi è sempre piaciuto il personaggio di Ghost Rider. Il personaggio in sé, il suo look, più che le storie qualitativamente altalenanti che lo hanno visto a spasso per il Marvel Universe negli ultimi trent'anni. In altre parole, il gioco mi è piaciuto soprattutto per ragioni esterne al gioco stesso. Mhhh. "La componente subiettiva quale valore aggiunto dell'action game". Potrei scriverci un saggio, se non fosse che i game studies mi stanno sui maroni...

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