Generazione di fenomeni (un po' coglioni)

"Generazione 1000 euro" è questo film che non parla, come pur pensavi quando ieri l'hai infilato nei dodici che avete noleggiato al blocbaster, dei senatori che festeggiano l'approvazione di un loro disegno di legge a sostegno dei valori tradizionali della famiglia assoldando un paio di zoccole d'importazione a 250 euro a boccia. E nemmeno degli stimati professionisti cinquant'enni che a fine anno fiscale sono occhiolino costretti occhiolino a spendere quei 1000 euro, che altrimenti finirebbero nonsiamai in tasse, in qualche cazzata tecnologica inutile. Nemmeno. "Generazione 1000 euro" parla di tutti quei trentenni che dopo aver studiato una vita, dopo essersi rotti il culo e abbastanza anche i coglioni per mandare a memoria tomi inutili da 1000 pagine, vengono oggi spremuti come limoni di Sorrento dalle aziende per poco più (ma anche poco meno) di 1000 euro al mese. Aziende che pagano loro stipendi da fame in cambio di ritmi di lavoro da pre-rivoluzione industriale. Che, in nome della competizione, li gettano nella bagarre insensata dell'uno contro l'altro. Che chiedono loro di sacrificare sull'altare della competitività ogni scampolo di vita privata, interessi, pensiero altro. E poi, alla bisogna, li inculano con nonchalance. Ma non li chiamano schiavi. Li chiamano risorse...
Scritto e diretto da Massimo Venier, "Generazione mille euro" è strutturato esattamente come i suoi film di Aldo, Giovanni e Giacomo. Con le gag, i personaggi odiosi, il finale allegro e buonista. E per tener fede a quel tipo di canovaccio, butta via alcuni elementi interessanti del romanzo omonimo da cui è tratto. Qualche trovata all'inizio fa sorridere, il resto è piuttosto blandopallosostronzata. Anche perché non esiste che, dovendo scegliere fra il proprio capo (bionda, elegante e ovviamente stronza. La solita Crescentini) e la propria coinquilina (bruna, ciaciona e ovviamente alla manissima), uno non possa continuare a bombarsele entrambe. Ma vabbé.
Comunque, il momento clù del film è la partita al videogioco di calcio. Francesco, coinquilino del protagonista, cineoperatore e appassionato di basket nonostante sia alto un cazzo e due barattoli di passata delmonte, c'ha questa fissa per un gioco di calcio della pleistèscio. Un gioco che non esiste, visto che per non fare pubblicità ad ea e konami (che tutti gli slot di pubblicità occulta del film erano già occupati dai loghi di Alice, presenti pure sulle porte dei cessi), la produzione ha fatto metter su da qualche disperato questo finto gioco 3D con una grafica da supermoviola di Biscarde. Però molto più brutta. Bene, la cosa figa in tutto questo, nelle eterne sfide tra Andorra e Brasile in cui Francesco cerca di portare l'undici del principato pirenaico alla vittoria, è la telecronaca. Una telecronaca di Sandro bottanonvà Piccinini in tempo reale: vera, viva, come fosse una partita in tivvì. Roba che fifa e pes ciao. Roba che sarebbe bellissimo vedere, in tempi più o meno prossimi, nei giochi veri. Che tu di Piccinini ricordi, così su due piedi, solo la telecronaca di Footbal Manager 2007. E faceva davvero cagare.

Commenti

  1. ralph lo juventino26 dicembre 2009 17:03

    grande gallo volevo farti gli auguri di buon natale, ma soprattutto ringraziarti di un anno di grandissimo intrattenimento, non mollare che lo sei!

    oh, però basta col filmatino su calciopoli che parte in automatico quando si apre il blog, non si può più sentire !

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  2. Denghiù, mai frend. Quanto al filmatino: ok, ok. Ne avete avuto abbastanza (per ora)

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