Le guerre dei robot giganti nani

La serie Super Robot Wars (スーパーロボット大戦 Sūpā Robotto Taisen), alla quale ti sei dedicato come tuo solito in modo ubiquo e multimediale, cominciando contemporaneamente Super Robot Wars MX Portable su PSP e i due Super Robot Wars F su Saturn, è fatta così. Stai delle ore a skippare incomprensibili dialoghi giapponesi, fiumi di kanji in cui galleggia, più o meno riconoscibile, qualche immagine statica di un personaggio. Poi arrivi alla fase di gioco vera e propria, ma le missioni di strategico hanno poco o nulla e i nemici - fatti salvi quei boss che proprio non puoi sconfiggere - offrono una resistenza pari a quella organizzata dai francesi all'arrivo dei nazi. Inesistente. Eppure continui a tirarci tardi, sorbendoti ore di gameplay sempre uguale, quindi una nuova, feroce ondata di nippodialoghi conditi da urletti. E il perché è abbastanza evidente: che là dentro, in mezzo ai kanji e a superflui robottazzi moderni, e sia pur in versione nana, ci sono Mazinga Z e Goldrake, il Barone Ashura e Koji Kabuto (che tu continuerai comunque a chiamare Rio, senza la y. Sì, come il tonno), Boss Robot e la Fortezza delle Scienze (sempre inquietantemente uguale alla policlino dell'ASL vicino alla redazione), Actarus e Jun. E il pugno a razzo (rockettoooo punch), e l'alabarda spaziale, e le musichette trionfali dell'epoca, e i funghi atomici, e le sequenze video. Tipo quella in cui Rio svuota ogni volta un'intera piscina per farne uscire un Mazinga Z antiruggine. Alla faccia del risparmio idrico.

In foto: quello che definiresti un esempio classico dell'appeal di
Super Robot Wars MX Portable, non avessi la voce e i pensieri impastati dalla nostalgia nostalgia canaglia di una strada, di un amico, di un bar Di un paese che sogna e che sbaglia. E dire che in questo, di Super Robot Wars, non ci sono Jeeg e Daitarn III.

Commenti

  1. Bella storia la nostalgia. Ma come funziona, poi? Perché continuiamo a farci piacere cose che, col senno di poi, fanno evidentemente schifo?

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  2. Ma, essenzialmente, perché il fattore nostalgia non si lega all'oggetto in sé, ma all'idea che ne conservi. Coscientemente sai che quei cartoni che ti facevano impazzire venticinque anni fa sono delle idiozie. E no, non perché lo siano diventati oggi, o perché allora eri un telespettatore imberbe con la capacità di maturare un giudizio critico pari a zero: lo erano, oggettivamente, sin dall'inizio: assurdi, sempre uguali a se stessi, scopiazzati l'uno dall'altro. Già ai tempi ti chiedevi come si potesse guidare un robot con il manubrio di un'Ape e perché nel cast ci dovessero essere sempre un ragazzino e un ciccione. E così, allo stesso modo, sai che i match di Ultimate Warrior erano inguardabili, e che i tokusatsu avevano/hanno storie scritte per cerebrolesi. Eppure, se in una serata di cazzeggio su YouTube, ti capita di imbatterti in un Rio senza la Y qualsiasi che combatte contro un drago di metallo, in quell'incontro in cui il Guerriero provò anche su André the Giant il suo Power Slam, in un Kamen Raider che salta da un trampolino agitando le braccia come un ossesso, per una qualche ragione, quando vedi tutto questo, dentro ti senti un po' felice.

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