Sempre meglio della eisoptrofobia, eh

Sto invecchiando. L'inquietudine indottami ieri l'altro dalle truculenze londinesi di Manhunt 2, ma anche il raccapriccio genuino che mi provoca da un po' di tempo qualsiasi scena particolarmente splatter in un VG, sono chiari segnali. Mica cazzi. Per uno cresciuto a pane e film horror, che tra i suoi dubbi meriti curriculari può vantare almeno di aver contribuito a portare in Italia una rivista horror con gli attributi dopo anni di oblio del terrore in edicola, non è peraltro bello lasciarsi andare ad ammissioni del genere. Meglio trovare dunque un qualche capro espiatorio per la mia emofobia virtuale, una gabola citazionista di quelle che uso in genere per venir fuori da queste confessioni. Chessò... proviamo con Kubrick. Kubrick funziona sempre. E allora diciamo che, come per l'Alex de Large di Clockwork Orange, il bombardamento di immagini violente virtuali che ha caratterizzato buona parte della mia esistenza, tutte quelle cecchinate in testa e fatality e macchie di sangue sul muro e ossa frantumate e colli girati senza far rumore, ha prodotto un effetto di rigurgito.
Ora non mi resta che tenere a freno la repulsione, sperando che durante una mossa particolarmente violenta, tipo una ginocchiata negli zebedei che impedisca al mio avversario di riprodursi per il resto dei suoi giorni, un cazzottone che faccia la felicità del suo dentista, una finisher di quelle che inducono Panorama a fare i reportage finti-indignati, quel senso di sadico compiacimento torni ad affiorare. Magari allora, ma solo allora, sentirò anch'io le note di Ludovico Van e, dipingendomi sul volto un ghigno soddisfatto, potrò pronunciare il mio: "Ero guarito, eccome!".

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