venerdì 7 maggio 2010

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Odio: gimme some more.

L'altra sera, guardando Balotelli infilare finalmente una prestazione decente e alla fine addirittura sorridere, ti sei chiesto com'è che gli venga meglio far bene in uno stadio gremito all'inverosimile di gente che chiama in causa sua madre, gli ricorda di essere diversamente colorato, gli lancia le bottigliette d'acqua e i rotolini di nastro adesivo. Poi hai realizzato che se sei una testa calda e giochi in casa, i fischi possono darti fastidio. Ma se sei una testa calda e giochi in trasferta, in una bolgia di insulti e gran scialare di oggetti volanti, non hai nulla da perdere. Assolutamente nulla. Oh beh, certo: tranne la vita. Il che ti ha riportato improvvisamente alla mente una partita di rugby under 21 del 1994. Il CUS della tua città sta affrontando in trasferta il Lecce, su un campo fangoso seminato a pietre e frammenti di mattoni. E' il primo tempo, e la partita vive un momento di sostanziale equilibrio, nonostante il divario tecnico sia tutto a vantaggio della squadra salentina. Tra le maglie rosse e blu a righe orizzontali del CUS gioca una terza linea ala destra abbronzata e magrolina. Quella terza linea ala con la maglia numero 7 sei tu. [...]
Giocare sul lato destro del campo ha come bonus per tutto il primo tempo il ritrovarti a stretto contatto con la tribunetta degli sportivissimi tifosi della squadra di casa. Che prendono a intonare affettuosi cori di stima nei confronti di tua madre, che ci tengono a dimostrarti il loro enorme tasso tecnico in bestemmia pugliese creativa raggiunto dopo anni di studi, che ogni tanto, giusto per riscaldare un po' una rigida domenica pomeriggio autunnale, ti lanciano una bottiglietta d'acqua vuota, una lattina, quel che resta di un pacchetto di sigarette, accartocciato per conferirgli insospettabili qualità aerodinamiche. Venti minuti nel primo tempo, e la parte destra del campo di terra e sassi è una discarica della differenziata.
Quando intercetti in qualche modo un maldestro passaggio del tallonatore avversario e trascini i tuoi sessantacinque chili scarsi oltre la linea di meta del Lecce, la situazione degenera. Il lancio di oggetti e improperi si fa denso e senza soluzioni di continuità. La partita ristagna in una marea di mischie e fischi dell'arbitro, tu tieni le mani in tasca per il freddo e ti fai la doccia di insulti. Il che, essendo il te stesso dell'epoca, andrà detto, una discreta testa di cazzo, ti galvanizza. Guardi gli scalmanati che setacciano palmo a palmo la tribunetta per trovare altra immondizia da lanciare in campo, e sorridi.
Così sei lì, a bearti e ridere come un coglione, quando vedi arrivare di gran carriera dal tuo lato uno dei due piloni del Lecce. Il pilone si chiama Marco. Marco detto il Bufalo. Per la stazza, scoprirai solo a fine partita, ma anche perché il padre c'ha un caseificio. Pare facciano la migliore burrata della città.
Marco il pilone peserà ad occhio un cento-barra-centodieci chili. Corre come un rinoceronte. Placcarlo frontalmente con i tuoi 6500 grammi scarsi violerebbe diverse leggi della fisica. E rischieresti concretamente di esser trascinato fino in meta. Non si può fare.
Perciò, mentre riavvolgi rapidamente nel cervello la scena della storica prestazione di Rocky davanti al Politburo in Rocky IV, lo lasci scivolare al galoppo, e proprio mentre sta per sorpassare la linea orizzontale immaginaria sulla quale ti trovi, lì, fermo, inizi a correre. Corri, perpendicolare alla sua carica da rinoceronte, e arrivato a un paio di metri di distanza stringi pugni e paradenti e lo fai.
Ti tuffi.
Ti tuffi in avanti come in una frogsplash del miglior Jimmy Superfly Snuka.
Impatti a braccia aperte conto il bufalo con un angolo di incidenza e una forza sufficienti a far deragliare la sua corsa bovina, e andate a stamparvi entrambi contro la rete di recinzione a bordo campo.
La tribunetta dell'odio tace per un paio di interminabili secondi.
Ti rialzi, controlli con la coda dell'occhio che il bufalo sia quanto meno sommariamente ancora tutto intero, quindi ti giri verso la banda di scalmanati sulla manciata di gradinate a bordo campo. Sono ancora lì, muti, straniti per la violenza dell'impatto. Ci vuole qualcosa per farli riprendere, pensi.
Porti le unghie di anulare e mignolo della mano sinistra sulla maglia da gioco, all'altezza della spalla destra, e fissando il pubblico fai il gesto di toglierti di dosso un po' di polvere.
E' di nuovo il delirio. Mentre li vedi ringhiare come cani alla catena, mentre vedi la bava colare e la bile esplodere, ti senti il re del mondo.
Sei giovane, sei forte, sei una gran testa di cazzo.

5 commenti:

  1. Fighissimo! Doc, questo mi ricorda che devo recuperare i post dell'era pre-fama e pre-mioingressonellantrismo...

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  2. bello, ci vorrebbero più post sul rugby! anche perchè è un argomento che bene o male tira nonostante le figure da babbi che facciamo in giro per il mondo...

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  3. Haters gonna hate....
    Escici la cronaca del terzo tempo,dai.Che' mi manca la parte interessante.

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  4. Quoto i colleghi antristi qui sopra : rugby,lo seguo da pochi anni.. è fichissimo! Daje di rugby championship sulla peitivvì! E soprattutto di terzo tempo...

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