giovedì 4 maggio 2017

13

Lucha Mexico, il The Wrestler della Lucha Libre. Però vero

Da qualche giorno è arrivato su netflix Lucha Mexico, un documentario del 2016 "che ritrae il vivace spettacolo della lucha libre, una forma di wrestling professionistico messicano praticato da atleti mascherati da super-eroi e cattivi". Non ridete, è la descrizione ufficiale. Solo che detta così sembra una roba allegra messicana con i mariachi che ti suonano la cucaracha dietro le orecchie, e invece Lucha Mexico di Alex Hammond e Ian Markiewicz è una storia di sangue, sudore e sofferenza. Oh, e morte, chiaramente. È The Wrestler, solo che questa non è fiction, qui è tutto vero. Provate a leggerne qualche recensione, in giro, e troverete i pareri espertissimi di chi la lucha non sa cosa diavolo sia, non comprende la differenza enorme che c'è con il wrestling USA in termini di impatto culturale e popolare, pensa addirittura che il documentario sia tutto uno spottone di questo sport entertainment d'oltremuro. Chi, del resto, non sogna di mettere a repentaglio la propria vita - e magari perderla in modo assurdo, perché succede anche quello - trascinandosi dietro un trolley da un'arena all'altra, in qualche periferia sperduta del Messico rurale? Storie di uomini, passione e di una maschera che conosci molto bene [...] 

Lucha Mexico, innanzitutto, è uno di quei documentari senza commento, il che da una parte potrebbe far sembrare il ritmo troppo lento a chi non è abituato a guardare qualcosa senza qualcuno che gli urli Alèèè!!! Sveglia!!!1! nelle orecchie ogni due secondi, ma dall'altro ha l'innegabile pregio di non condizionare lo spettatore in modo troppo marcato. Sono le immagini e le voci dei protagonisti a parlare. Poi, chiaro, è chi il documentario lo scrive, dirige e monta che dà una direzione al tutto, ma per un argomento come questo, affrontando le storie di queste persone, non c'è bisogno che una voce fuori campo ti dica cosa devi pensarne, ecco. 
La lucha non è wrestling, dicevi. La partecipazione popolare a uno spettacolo di lucha non ha termini di paragone nei ring del resto del pianeta e Lucha Mexico si sofferma molto su questo aspetto. Il folklore delle bancarelle all'esterno delle arene, tra le maschere e le pannocchie arrostite, il pubblico che urla compatto durante i match, sghignazza, lancia di tutto. I gruppi ultrà di tifosi. Una gamma di spettatori talmente eterogenea che va da bambini in età scolare a catananne sgangate sopra i cento che urlano Sangre! Sangre! (El Presidente Casali, quando andava a vedere la lucha a Tijuana, ne ha incontrate diverse). 
E anche se l'attenzione è concentrata soprattutto su questo tizio ossigenato con la panza importante, Shocker (José Luis Jair Soria), che una maschera non la porta più da molti anni, nella parata di luchador nelle cui vite si affaccia il documentario incontriamo molti lottatori mascherati, che quel pezzo di stoffa lo portano in faccia "anche 18 ore su 24". Il rispetto della maschera, il suo significato, il kayfabe perenne di eroi e cattivi mascherati, Tecnicos e Rudos, per cui la distinzione tra l'identità fittizia sul ring e quella reale nella vita di tutti i giorni non ha più questa grande importanza. Ammesso ne abbia ancora qualcuna.
E nelle storie di questi uomini che si provocano ferite e danni assurdi in quello che è essenzialmente un circo molto più spettacolare, proprio come in un circo si portano avanti le tradizioni di famiglia. Luchador figli di altri luchador, in un tripudio di Jr. o El hijo de, subito dopo o subito prima i loro nomi d'arte. Blue Demon Jr. (il Batman della lucha libre, laddove El Santo e la sua progenie hanno sempre rappresentato Superman), Perro Aguayo Jr. e così via.
Il contrasto tra l'immagine di eroi del ring, circondati dalle luci, dalle immancabili pubblicità della birretta anni 90, da un pubblico coloratissimo e dalle pheeghe astrali che li accompagnano alle corde durante gli stacchetti, cozza in modo durissimo con il post match, tra spogliatoi improvvisati e corse in taxi verso una vita approssimativamente normale. La mascotte vivente KeMonito, che la sua sudata deve farsela ogni volta in un completo da peluche, e tanti altri personaggi pescati soprattutto dalla CMLL, ma anche in AAA e nel circuito indipendente (ecco, la parte sugli hardcore match, grosso modo a metà documentario, se non la guardate è meglio). Gli spettacoli devono darti questa idea di sfarzo assurdo e di invincibilità dei loro protagonisti, sotto le sceneggiate per i colpi ricevuti, e poi dietro c'è gente che deve tirare la fine del mese come tutti, facendo finta di non essersi disintegrata davvero un ginocchio o un bicipite. "Pensano che sappiamo come cadere", racconta uno dei luchador, "ed è vero. Ma basta cadere male una sola volta". 
Un circo del dolore in cui quelli più avulsi sembrano ovviamente gli stranieri in prestito alla lucha, come Jon Andersen/Jon Strongman (te lo ricordi pure in NJPW) o Matt Bloom (aka A-Train, Tensai o Giant Bernard), che con quell'aspetto lì non diresti proprio abbia fatto il professore di matematica. Loro sono lì in tournée per fare un po' di soldi, come tutti, non sono legati alla tradizione, alla maschera, all'eredità di famiglia (beh, almeno non lì), al pubblico che ti lancia addosso la cola. Alla meravigliosa follia di uno spettacolo popolare i cui interpreti ce la mettono comunque tutta, in uno storico palazzetto di Città del Messico come sotto un tendone di una campagna sperduta, in mezzo al guano. 
E sì, come scrivevi all'inizio, siccome Lucha Mexico è stato girato nel corso di diversi mesi, non tutti i suoi eroi in carne, ossa e spandex arrivano ai titoli di coda. Uno per un famigerato incidente, altri perché una vita di antidolorifici e steroidi poi passa a chiedere il conto molto presto. Se amate il wrestling e se vi affascina il mondo della lucha, o semplicemente volete sapere cos'abbia di così speciale ed eroico uno spettacolo dagli esiti prestabiliti, sparatevi questa oretta e quaranta di allegria e tristezza e colore e folklore. Non ci sono i mariachi, ma della musica elettronica di un certo livello - bellissima la track sui titoli di coda - sì. 
E oh, magari retepellicole si decide così a portare anche in Italia Lucha Underground, che nel catalogo USA è disponibile da un paio di mesi.  

Già, dimenticavi! La maschera cui facevi accenno all'inizio? Anche Shocker (pure lui figlio d'arte, manco a dirlo) da giovine ne indossava una, naturalmente in tutta una serie di abbinamenti di colore. Vi ricorda niente?
No? E così?

13 commenti:

  1. Cavolo dev'essere interessante davvero benché io non sia proprio appassionato del genere.
    Se riesco me lo guardo.

    RispondiElimina
  2. Il Wrestling o la Lucha messicana non riescono proprio a prendermi. Non li capisco e questo mi dispiace molto.
    Quando sento parlare il Doc e/o Manuel dell'argomento sono affascinato dal loro entusiasmo e dalla loro cultura in materia ma non riesco ad interessarmi all'argomento. Non riuscire ad empatizzare con tanta passione mi fa sempre molto dispiacere perché è sempre molto piacevole ascoltare qualcuno che parla di un argomento con passione.

    A Lucca dell'anno scorso Manuel mi ha mostrato come si stringono la mano due lottatori che si devo sfidare sul ring. Uno pensa ad una stretta a morsa da mille tonnellate e invece no, niente stretta mortale ma il contrario; sul ring devi far capire che l'intento è che non si faccia male nessuno ed essere delicato nella stretta di mano è un ottimo inizio.
    Ricordo il Doc (meglio noto sui ring di tutto il mondo come Doctor Nueva York) che gira per Lucca con la maschera da Lucha e parla per mezzora con Michele Benevento per poi fare la carrambata e togliersi la maschera. El Presidente quella volta perse la sfida di tenerersi su la maschera da Lucha, booooh!!! Diceva che puzzava :P

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Fischi dal pubblico per El Presidente, battuto da El Doctor Nueva Yorke per squalifica ;)

      Elimina
  3. solo per curiosità: perchè la parte centrale sugli hardcore match è meglio non guardarla? troppo 'gnorante o solo poco interessante?

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Troppo sangre e cicatrici.

      Elimina
    2. e quindi troppe catananne a gridare sangre-sangre.

      Elimina
  4. Grazie Doc per gli argomenti interessanti che ci proponi ogni volta. Purtroppo, un pò come Drakkan, anche io non riesco ad appassionarmi a questo mondo, sarà che lo trovo troppo distante dai miei gusti personali o sarà che non ho la giusta apertura mentale e culturale per poterlo cogliere. Un tempo ero un grande fan del wrestling americano e del catch, ora li guardo distrattamente se capitano in tv ma non riesco più a trovare degli spunti degni di interesse. In ogni caso ben vengano queste finestre su realtà distanti dal mainstream.

    RispondiElimina
  5. quando l'ho visto nell'elenco su netflix ho pensato "aspetto la rece del Doc"
    Devo dire che sono proprio questo tipo di documentari su temi affascinanti e fatti con un taglio diverso (ieri sera visto quello sul caso della reginetta di bellezza JoBenet Ramsey) il motivo per cui consiglierei Netflix.

    RispondiElimina
  6. Buono a sapersi questo me lo voglio vedere!! Ricordo quando ci hai raccontato di Casali e Cammo che andavano a Tijuana a vedere gli incontri ed è una cosa che mi ha molto colpito, se questo documentario mostra un po di quella realtà è sicuramente da vedere.

    RispondiElimina
  7. Nella Lucha si mescolano sacro e profano. E' un'autentica religione, per molti.Credo sia un po' in Brasile con il calcio.
    Non mi ricordo piu': era in Venezuela dove c'e' la Lucha femminile con le lottatrici in gonnella?

    RispondiElimina
  8. Non so veramente NULLA dell'argomento lucha, ma ne sono affascinato da sempre (complici lem maschere pheegue?
    Puó darsi). Un'occhiata ce la dó volentieri.

    RispondiElimina
  9. Veramente toccante e profondo. L'ho visto un paio di settimane fa emi ha las iato una sensazione agrodolce su di un un mondo dove eroi silenziosi camminano per le strade per dare una speranza a tutti. Grazie Doc Nueva Yorke

    RispondiElimina
  10. Doc, maledetto te, ieri sono andato a nanna ad un'ora vergognosa per cercare questo documentario...che dire, molto interessante (so nulla in merito, guardavo la wwe quando ero bambino con Dan Peterson e poi poco altro) ma devo dire che una cosa continuo a non capirla (o forse, visto che mi manca un pezzo per finire forse ancora non l'ho visto): PERCHÈ. Che cosa rende così popolare in messico la Lucha? Perché tanta gente la segue? Chi sono gli spingitori (semicit.) di questi uomini e donne a mettersi a menarsi sul palco? Cosa ha fatto radicare questo interesse? In ogni caso molto bello, grazie per avermi messo la pulce nell'orecchio!

    RispondiElimina

I commenti anonimi vengono eliminati dai filtri antispam e, nel caso superino i filtri, irrisi ed eliminati uguale: non usateli.

Related Posts with Thumbnails